Giorno 10: Phetchaburi. Caves, monkeys and the best pizza in town.

Guidare a sinistra nel traffico di Phetchaburi non è proprio la cosa più facile del mondo. La moto che mi hanno lasciato i ragazzi è l’unico modo per raggiungere il centro dalla campagna. É un 125 a quattro marce, proprio come la Vespa.
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Con un po’ di fortuna riesco a non farmi travolgere e parcheggio vicino al ponte sul fiume. Ho segnato qualche punto sulla mappa che voglio visitare, e avrò
anche un po’ di tempo per girare senza meta prima di incontrarmi con i ragazzi. Un paio di templi, il palazzo reale, le sponde del fiume. image

Assisto anche a un funerale, che però ha tutta l’aria di una festa: sorrisi e ragazzi che suonano degli strumenti a percussione.
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Giro per il mercato, scatto qualche foto e cerco di comunicare con una donna che lava le stoviglie. Non capisco una parola, l’unica cosa che so rispondere è mai loo, non so. Mi sorride divertita dalla mia pronuncia, mai loo mai loo. Poi mi fa un inchino e torna a lavare i piatti nella tinozza.
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Dopo pranzo mi trovo con i ragazzi per andare alle grotte di Khao Luang. Parcheggiamo gli scooter, e un gruppo di scimmie ci corre incontro. Scimmiette piccole, con la coda più lunga del corpo e le braccia che toccano terra, per darsi la spinta.
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Alcune mordono, mi avvisa Eric. E sono curiose, tanto che dobbiamo lasciare i caschi al chiosco di bibite, altrimenti ce li mangiano.
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Saliamo una scalinata scansando le scimmie che ci guardano in attesa di qualcosa da sgranocchiare, poi ridiscendiamo dentro a una cavità nella pietra. La grotta gocciola di umidità, e la temperatura più fresca è un sollievo dopo le scale sotto il sole. image

All’interno le statue dei Buddha emergono dalla nebbia che avvolge la grotta. Roong dice che viene dai monaci che stanno bruciando le foglie. C’è un’apertura alla sommità della grotta, i raggi del sole fendono la nebbia creando giochi di luce surreali.
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Roong mi indica un bicchiere con delle stecche numerate. Si deve scuoterlo fino a farne cadere una sola, poi si legge il numero e si legge il responso sul futuro che ci aspetta. Il mio non è male.
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Torniamo alle moto e ci spostiamo in centro per una bibita fresca e qualche chiacchiera. A un tratto Eric si alza e urla “Johnny!”. Un tipo si ferma, scende dallo scooter e va a salutare Eric. Poi mi stringe la mano e si presenta. L’accento è inequivocabile. Gianni è di Brindisi ma vive in Thailandia da 5 anni e come Eric e Lauren insegna in una scuola. Mi parla mezzo in dialetto e mezzo in inglese e gesticola un sacco! In un attimo siamo tutti invitati a casa sua, ci farà la pizza. Ha lavorato come cuoco per tanti anni a Londra, tutti assicurano che sarà buonissima.
Vive dall’altra parte della città. Compriamo qualche birra e andiamo da lui.
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Oltre alle pizze, fra l’altro buonissime davvero, Gianni improvvisa anche una spaghettata, tanto per rimarcare quanto si mangia bene da noi.
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Poi concludiamo con il gelato fritto preso al negozio all’angolo e un bel film. É una serata tranquilla fra amici, e loro me ne fanno sentire parte. Con Couchsurfing è come se avessi amici sparsi per il mondo, anche se i contatti sono brevi. Alcuni li ho già incontrati, tanti devo ancora conoscerli lungo la strada.