Giorno 20: Ko Phangan. Ride on

Tutti quei chilometri in Vespa saranno pur serviti a qualcosa. La strada su cui ho guidato oggi non era esattamente da scooter.
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Fra l’altro stavolta gli ho dovuto pure lasciare il passaporto al motonoleggio, non c’è stato verso. Se faccio anche solo un graffio all’Honda Click mi farà sudare prima di riaverlo indietro.
Alcuni tratti sono così in pendenza che non riesco a fermare la moto e la ruota dietro slitta, sembra di sciare sulla sabbia. Si mette di traverso, scula, si infila in un solco, traballa, ma in qualche modo mi porta in fondo alla discesa. Non so nemmeno io come, ho le braccia che tremano ancora.
Ma tutta la fatica del mondo è ripagata da una spiaggia paradisiaca.
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Il fatto che sia difficile arrivarci deve aver scoraggiato la maggior parte dei turisti. É quasi deserta, giusto un paio di coppiette e un cane che rincorre un granchio.
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Dei ragazzi locali scaricano da un dinghi delle casse di provviste per l’unica locanda della spiaggia.
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Si può affittare uno dei pochissimi bungalow per una manciata di baht e vivere una dimensione dell’isola diversa da quella dei party. Spiaggia, palme e acqua trasparente, no c’è altro qui a Haad Than Sadet.
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Nel pomeriggio ripercorro la strada dell’andata, più facile in salita, e mi sposto più a nord per visitare Ao Thong Nai Pan Yai, una spiaggia più grande e più accessibile. Bella, ma niente a che vedere con l’altra.
Quando rientro in casa Frida mi propone una festa “tranquilla” per stasera. In realtà si tratta di un after-party, cioè una festa più piccola per smaltire la festa più grande della sera prima. Iniziano nel pomeriggio e finiscono non più tardi delle 2. Va bene, voglio farmi un’idea di come può essere.
É vicino a casa, in un locale sulla spiaggia chiamato Ban Saibii. Le foto sono prese dal sito del locale, visto che per precauzione ho lasciato a casa fotocamera e cellulare. Ma i personaggi e gli addobbi sono più o meno gli stessi.
Delle sculture come tubi di carta con luci colorate sono sparse sulla sabbia tra un’amaca e l’altra e si muovono al vento.
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La musica psytrance arriva da enormi amplificatori vicino alla consolle del DJ. Ti entra nel cervello. C’è odore di erba e di sudore. Fa caldo. Molti ballano senza maglietta e mostrano tatuaggi tribali, qui sull’isola ci sono più tatuatori che granelli di sabbia. La pista è disseminata di sculture nate dalla fantasia chimica degli hippy più forsennati; sono pitturate con vernici fosforescenti che emergono dal buio.L’effetto psichedelico è garantito.
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Ballo per un po’ e conosco qualche personaggio particolare. Alcuni sono proprio in un’altra dimensione.
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Un ragazzo russo mi racconta che in Russia non ci sono molte feste elettroniche e che per questo lui viaggia per i vari festival europei e asiatici. Quando balla si muove con movimenti innaturali, come inviperito. La musica mi coinvolge, è un ritmo che non stanca. Non c’è moltissima gente, si vede che il Full Moon Party è ancora lontano. Per riprendere fiato mi sdraio su un’amaca e guardo due ragazzi che si esercitano a camminare sulla fune.
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É un posto particolare quest’isola. Ti prende dentro di sé. Alcuni vengono per qualche giorno soltanto e poi si fermano mesi o anni, ipnotizzati dalla musica, dalle spiagge e dalla vita rilassata.
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Frida e gli altri restano a ballare ancora, io torno a casa per le una che domani voglio esplorare delle zone meno turistiche e più nascosta. Qui si può fare tutto, è un’isola dalle mille facce.