Giorno 21: Ko Phangan. The bright side of the moon.

Come dicevo, Ko Phangan è un’isola dalle varie personalità. Non ci sono solo feste sfrenate e spiagge paradisiache, c’è anche un’anima spirituale molto forte e oggi l’ho conosciuta. E ne sono rimasto folgorato. A quanto pare rientrerò anch’io nella schiera di coloro che erano venuti per qualche giorno e si sono fermati molto più a lungo.
Già la mattina inizia con una salita al monte Khao Ra che ha molto del divino. Sia per il collegamento con Ra, il dio sole dell’antico Egitto, sia soprattutto per i santi che ho nominato per arrivare in cima. Il dislivello è di 627 metri, ma la distanza è solo un chilometro e mezzo, per cui ci sono delle pettate ripidissime da fare in una giungla pluviale con 35 gradi.
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ll primo tratto in salita riesco a farlo con lo scooter, poi devi fermarmi quando la strada diventa impossibile da percorrere.
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Mentre parcheggio incontro due ragazzi svedesi, Sebastian e l’altro di cui non ricordo il nome. Proseguiamo insieme. Dopo pochi metri in salita sono già madido di sudore. L’altro sta peggio di me comunque.
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Fatte le presentazioni cerchiamo di risparmiare fiato ed energie, ogni piccolo movimento costa una fatica enorme in questa sauna. La vegetazione è così fitta che in alcuni tratti non si vede neanche un forellino di cielo. Si sente solo il rumore del nostro respiro affannato e qualche centinaio di uccelli che cantano ognuno a modo suo. Uno in particolare è come se emettesse un fischio continuo, come quello di una cicala, ma mille volte più forte.
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Sogno di arrivare in cima e trovare un 7-eleven con bibite fresche e una piscina dove tuffarmi e guardare il panorama. In alcuni momenti penso invece che in cima non ci arriverò proprio e stramazzerò per terra svenuto. Però in cima ci arrivo. E il 7-eleven non c’è. Ma dall’ombra di alcuni alberi si vede quasi tutta l’isola, le spiagge bianche, l’acqua turchese, i dinghi che lasciano le loro scie bianche, le montagne intorno coperte di verde.
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Mi riposo una mezz’ora, poi mi incammino verso valle. I ragazzi si fermano ancora un po’ lassù. Io ho bisogno di tirarmi in acqua. Quasi in fondo un ragazzo che sta innaffiando l’orto mi offre l’acqua per rinfrescarmi. Ma ho bisogno di più acqua. Vado nella spiaggia più vicina, Chaloklum, e resto un paio d’ore a mollo.
Mentre sono in acqua mi torna in mente un posto che mi aveva consigliato Maria, la ragazza cilena. A volte un incontro o un pensiero può cambiare il corso di un viaggio. É questo il caso. Appena esco lo cerco sulla cartina e lo raggiungo. É una scuola di yoga e meditazione, o come si definiscono loro, Awakening and healing center towards mindfulness.
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Mi accoglie Ishy, un ragazzo uruguaiano pacato, gentile, dallo sguardo intenso e intelligente. Mi spiega come funziona il programma che svolgono qui. Quattro settimane, una miriade di attività dalla mattina alla sera, yoga, meditazione Vipassana, Osho, tantra, consapevolezza, vivere nel momento, danze, esercizi, laboratori, respirazione coi chakra, gruppi reiki. Tutto quello che uno possa voler conoscere sulla spiritualità orientale è qui. Ed è gratis se diventi un volontario. Si tratta di dedicare 2/3 ore al giorno ad aiutare i ragazzi che lo gestiscono (tutti giovani fra l’altro). Arriva anche la manager, Linda, con la stessa flemme e tranquillità mi dice che se non ho particolari esigenze posso dormire nella sala di meditazione, al piano di sopra, senza che vada a cercare una sistemazione fuori. Credo che sarà perfetto.
Voglio seguire l’impulso di ricerca interiore che ricevetti a Bangkok parlando con quell’uomo da Joe. Poi ho incontrato Maria che mi ha consigliato questo posto. E adesso mi trovo qui a parlare argentino con Ishy. Non che creda troppo nel destino, ma credo che le cose vadano come é giusto che vadano. E credo che sia il momento per me di dare un taglio diverso a questo viaggio.
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