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Dopo 3 mesi di yoga e meditazione uno ha anche bisogno di una vacanza. Fra l’altro il visto per restare in Tailandia era agli sgoccioli e dovevo cercare un’ambasciata all’estero per farne uno nuovo. Guarda caso ce n’è una vicino al confine con la Malesia… La decisione è stata facile. Lasciare Koh Phangan un po’ meno. Ho dovuto fare tre volte la festa di addio, perché ogni volta trovavo una scusa per tornare indietro. Tanto che negli ultimi tempi a Samma Karuna si erano abituati a vedermi partire la mattina con lo zaino fra abbracci e saluti e tornare la sera per restare ancora un po’. L’ultima volta neanche mi hanno salutato, mi hanno detto “Ci vediamo più tardi!” E infatti ho confuso l’orario dell’ultimo traghetto e quando sono arrivato al porto era già partito.

Il 6 di febbraio non avevo altre scuse, se non me ne andavo cominciavano ad accumularsi le multe per aver superato il limite di giorni consentiti. Alla fine ce l’ho fatta. Ho lasciato l’isola che mi ha dato tanto e che è stata la mia casa per gli ultimi mesi. Ho lasciato le persone che sono state famiglia e ispirazione per una nuova fase. Le spiagge dove non vanno i turisti, le strade polverose fra le palme che continuavo a scoprire perdendomi e ritrovandomi nella giungla. Le facce conosciute nei ristorantini di Sri Thanu che ritrovavo giorno dopo giorno e le piccole abitudini che erano diventate rituali imprescindibili. Come andare al 7/11 con Ishi dopo una intensa giornata di lavoro per “guardare i film”. Cioè guardare le copertine dei nuovi DVD in vendita sugli scaffali, che non abbiamo comprato nemmeno una volta. Anche perché erano solo in tailandese.
Per la prima volta dopo tanto viaggiare, qui non sentivo il bisogno di cambiare, di cercare altro. Mi piaceva il senso di familiarità di questo angolo di mondo. E ho pensato che non mi mancava niente. Ristoranti, amici, spiagge tropicali, feste, un percorso di crescita personale e spirituale, responsabilità che erano diventate un vero e proprio lavoro.

Ma come si insegna in tante tradizioni e filosofie “tutto cambia, tutto scorre”. E al momento lo scorrere degli eventi mi ha portato in Malesia, in una dimensione di viaggio che per un po’ avevo dimenticato. E che è stato un piacere ritrovare. Autostop, persone e luoghi che scorrono come in un film, dormire in tenda in spiaggia e nella giungla, la libertà di cambiare piano a piacimento e quella di non avere nessun piano, lasciarsi stupire da ogni momento che il viaggio mi offre. Piano piano mi rendo conto che ogni avvenimento ha una sua ragione di essere e tutto ciò che accade deve accadere in questa esatta sequenza di eventi. E tutto è perfetto così come è. Siamo il risultato di tutto quello che abbiamo attraversato in passato, e ogni singolo evento è stato necessario per farci arrivare dove siamo.

Per esempio. Sono arrivato da un paio di giorni sull’isola di Penang, nella Malesia del nord. Ho sentito che c’è un parco nazionale a circa un’ora e mezzo dalla città dove ero venuto a fare il nuovo visto. Arrivo all’entrata del parco e mi fermo a mangiare per strada da un indiano che fa roti al formaggio. Era tanto che non mangiavo formaggio, perché da queste parti non si trova. Glielo dico alla signora che siede accanto a me e anche lei concorda che qui di formaggio non ce n’è. Non come in Canada, dice. Poi viene fuori che TV gestisce un ricovero per gatti randagi lì vicino e ospita volontari che l’aiutano. La chiamano TV qui in Malesia perché non riescono a pronunciare il suo vero nome, che adesso non ricordo. Mi invita a dare un’occhiata, magari quando esco dal parco le posso dare una mano per qualche giorno. Ho tutto il tempo che voglio. Arriviamo a casa di TV, che è anche la casa di 4 volontari, un centinaio di gatti, una scimmia e qualche cane. Resto qualche tempo a guardare il lavoro con due gattini influenzati. A essere sincero non ho voglia di rimettermi subito al lavoro, ma non si sa mai… Entro nel parco e per tre giorni mi accampo in una spiaggia deserta e cammino tra liane, scimmie, formiche e ragni. Poi iniziano a scarseggiare le provviste. Lascio la tenda e lo zaino in spiaggia e torno in città per comprare del cibo. Mi fermo a parlare con gente del posto e si fa sera. Prendo l’ultimo bus per il parco nazionale ma quando arrivo trovo i cancelli chiusi. Anche a scavalcare mi tocca un’ora e mezza di giungla per arrivare alla tenda e non ho la luce frontale con me. Non ci sono altri bus per tornare in città. Dove dormo?
Se non avessi conosciuto TV qualche giorno fa, probabilmente all’aperto. Ma tutto quadra! Mi presento a casa di TV come se già sapessi che l’avrei rivista e con un’oretta di cure ai gatti mi guadagno un letto dove passare la notte.